La resa dei conti

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Ormai le elezioni si allontanano, ma hanno aperto nuovi scenari nell’agone politico. E molte cose restano ancora da sistemare.

di Davide Marrè

 

All’indomani della tornata elettorale Debora Serracchiani si sforzava di far passare il 5 a 2 delle elezioni regionali come una vittoria del Partito Democratico, ma la fuga in Afghanistan del premier, tradiva la profonda rabbia per un risultato forse non così disatteso. Siamo distanti dall’aver conquistato sette regioni su sette, la vittoria assoluta, meno distanti da quello che sarebbe stato un del tutto onorevole 6 a 1, che è stato mancato, il 5 a 2 può essere considerato, essendo ottimisti, un pareggio. Perché un pareggio? Perché i numeri in politica non valgono come in aritmetica. La sconfitta in Liguria contro Toti, il fedelissimo di Berlusconi, pesa come un macigno perché è stata causata dalla divisione tra Renzi e la sinistra interna al suo stesso partito che ha scelto di non appoggiare il candidato Dem di area renziana. Questa almeno una delle ragioni della sconfitta in una regione tradizionalmente di sinistra. Certo non avviene in nessuna parte del mondo che la minoranza di un partito appoggi un candidato concorrente: alla faccia della democrazia interna! Sarebbe come se durante una partita di pallone, due giocatori di una squadra iniziassero a giocare con l’altra, ma senza cambiare casacca.
Ancor più grottesco vedere la faccia di Fassina, minoranza Dem, all’indomani delle elezioni, esultare con l’esponente di Forza Italia, Brunetta (che a dire il vero con un partito al lumicino, avrebbe ben poco da esultare). Cose che si vedono insomma solo nel Bel Paese.

Venti di guerra
Intanto mentre la settimana scorsa la rabbia di Renzi sbolliva in Afghanistan e poi nelle manifestazioni del giorno della Repubblica, è evidente che si preparava una resa dei conti contro un sinistra interna che è ormai un partito nel partito… per giunta un partito di opposizione. Un ritorno pieno all’autolesionismo a cui la sinistra ci ha abituato nell’ultimo ventennio (quando silurava i suoi stessi esponenti), che forse è arrivato il momento di superare. Per il bene di tutti. Per un Civati che se ne è andato, c’è quindi un Cuperlo e un Fassina che stanno per prendere la porta della scissione. Matteo I da Milano ha fatto capire chiaramente che: «Chi non condivide la nostra linea è fuori». Le parole apparse nel retroscena di Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, parlano di un Renzi che vuole fare piazza pulita dei suoi avversari: ‘Pensate che questo voto, solo perché la Liguria è andata a Toti, mi fermerà? Sbagliate, io andrò avanti più deciso di prima. E’ finita 5 a 2, per me va bene’. Parole minacciose a cui se ne aggiungo altre, ‘Ci guarderemo tutti finalmente nelle palle degli occhi e voglio vedere che cosa ha il coraggio di dire chi ha rilasciato dichiarazioni contro il partito proprio il giorno del voto’, che lasciano presagire venti di tempesta.

A sinstra… e a destra!
Ma non è l’unica resa dei conti in atto, se a sinistra c’è bufera, a destra le acque non sono meno calme. Contraltare della Serracchiani all’indomani delle elezioni, c’era Brunetta: sentirlo magnificare la vittoria di Toti avvenuta grazie ai voti della Lega dopo il tracollo di Forza Italia, aveva un che di tragicomico e di imbarazzante insieme. L’ebbrezza elettorale che genera spesso stati confusionali, lo portava a vagheggiare persino un rapido ritorno alle elezioni… Con che legge non è dato sapere, visto che l’italicum entrerà in vigore nel 2017 e per il momento esiste un proporzionale puro che non garantirebbe nessuna maggioranza.
Con la lega in ascesa, la vittoria di Toti ha il contributo più che fondamentale di Salvini. La Liguria si è trasformata in un laboratorio elettorale insomma: una regione che si sarebbe meritato altro a dire la verità. Che avrebbe bisogno di un vero amministratore in grado di affrontare problemi che non sono né di destra, né di sinistra e non di un Presidente di Regione che non ha mai amministrato nemmeno un condominio, tantomeno un comune.

La partita dei trasfughi
Tra le altre cose andando a vedere in casa Brunetta, cioè quello che rimane di Forza Italia, è evidente che non tutti voterebbero al sfiducia al governo. Proprio su questo conta Renzi. Per un Toti che ha quasi passato un test elettorale e si è reso candidabile per la guida del partito, si preparano anche in Forza Italia i transfughi in parlamento che potrebbero appoggiare il governo fino al 2018. Lo scenario politico infatti è troppo mutato, soprattutto vista l’inarrestabile ascesa di Salvini che si candida a sfidare Renzi e a governare il paese, con un partito dei moderati del centro destra del tutto subalterno, come lo è stata Forza Italia in queste elezioni. Questo ha un significato molto semplice per chi sta in parlamento e cioè che la maggior parte dei deputati e dei senatori di questa legislatura nelle file del partito di Berlusconi, non saranno rieletti. Un motivo sufficiente, come abbiamo spesso visto, per allungare la legislatura il più possibile fondando un nuovo gruppo parlamentare o entrando nel gruppo misto.
Insomma la partita in parlamento è ancora tutta da giocare, quello che è certo è che le sorprese non mancheranno. A partire dalle prossime sfide del governo, in primis la partita sul rilancio dell’economia reale del paese, poi la partita sulla riforma del senato, la riforma della scuola e le unioni civili. Che certo renderanno l’estate molto calda… e l’autunno assolutamente rovente!

 

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