MARCO TULLIO BARBONI: una vita nel cinema

Confessioni aperte di uno sceneggiatore e regista, adesso anche scrittore.

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Marco Tullio, nella tua biografia metti in evidenza il fatto di rappresentare la terza generazione di una famiglia di “cinematografari”. Sbaglio se dico di cogliere un certo compiacimento in una simile affermazione?

MARCO TULLIO BARBONINon sbagli affatto. Intanto perché è una forma di tributo ai rappresentanti delle due generazioni che mi hanno preceduto, vale a dire mio zio Leonida e mio padre Enzo che hanno percorso la storia del nostro cinema per oltre mezzo secolo ai massimi livelli delle rispettive professioni, eppoi perché senza simili premesse familiari anche la mia attività nel cinema e nella televisione non sarebbe stata la stessa. Con mio padre, in particolare, ho instaurato un sodalizio fantastico in base al quale, dalla fine degli anni settanta in poi, io non solo scrivevo i film che lui dirigeva ma, avendo costituito una società che svolgeva il ruolo di produttore associato, percorrevamo insieme tutti i passi che conducevano dalla ideazione della storia fino all’edizione e all’uscita nelle sale. Inoltre, devo dire che il termine “cinematografaro” appartiene ad una gergalità che richiama ad una visione “artigianale” del mestiere cui mio padre, e non solo lui, era molto affezionato.

Un artigianato di grande prestigio, comunque. Come emerge scorrendo le filmografie di Leonida Barboni e di Enzo Barboni, alias E.B. Clucher.

Assolutamente. Mio zio è stato il direttore della fotografia prediletto da Anna Magnani ed ha lavorato con registi che hanno fatto la storia del cinema italiano: Blasetti, Germi, De Sica, Bolognini, Monicelli…e quanto al percorso di mio padre, che è arrivato alla regia dopo essere stato a sua volta operatore alla macchina e direttore della fotografia, è costellato da tali incontri e collaborazioni che è difficile citarle tutte: da Pietro Germi a Vittorio De Sica, da Stanley Kubrik a William Wyler, da Gregory Peck a Kirk Douglas, da Totò a,naturalmente, Terence Hill e Bud Spencer.

Immagino che l’ incontro con Terence Hill e Bud Spencer abbia rappresentato una svolta fondamentale anche della tua attività professionale.

Durante la visione del video con Bud Spencer in uno degli incontri pubblici di Marco Tullio BarboniE’ vero. Ma prima di ogni altra considerazione, il mio pensiero va alla recente scomparsa di Bud, alla nostra amicizia e alla reciproca stima consolidata in quasi mezzo secolo di conoscenza. Lo avevo conosciuto ancor prima di “Lo chiamavano Trinità”, in occasione di un film nel quale mio padre era ancora direttore della fotografia, “Un esercito di cinque uomini”, e per me, ragazzo amante dello sport, quel gigante, con i suoi trascorsi e la sua simpatia, non poteva non diventare un mito. Ci incontrammo poi di nuovo l’anno successivo in occasione, appunto, di “Lo chiamavano Trinità”, film nel quale mi trovavo per la prima volta, appena maggiorenne, a ricoprire un incarico ufficiale: quello di secondo aiuto-regista. Una decina di anni dopo, successivamente ai miei studi universitari e di scrittura creativa e cinematografica e ad altri film girati da mio padre con lui, cominciai a scrivere parecchie cose anche per Bud, prima in occasione di lavori diretti da mio padre e successivamente anche per serie televisive affidate ad altri registi.

Non è stato, quindi, un caso che sia proprio di Bud Spencer una delle recensioni sulla retrocopertina di “…e lo chiamerai destino.”: tua prima opera letteraria dopo tanto cinema e televisione.

E’ stato un contributo affettuoso, un omaggio alla nostra amicizia e a quella ancora più antica e consolidata che aveva avuto con mio padre. Senza dimenticare, tuttavia, che il libro rappresentò anche per lui una piacevole sorpresa.

Ed infatti Bud lo ha sottolineato nell’intervista che ritroviamo anche sul sito del libro. La sua sorpresa è stata, in effetti, quella di molti: come si approda, ci si è chiesti, dopo decenni di scrittura di film di genere ad un argomento complesso e particolarissimo come quello del rapporto tra conscio ed inconscio?

Da sx_Franco Micalizzi_Marco Tullio Barboni_Giuseppe Pedersoli, figlio di Bud SpencerRimuovendo un preconcetto, prima di tutto. Un preconcetto molto diffuso, in particolare nell’ambiente dello spettacolo. E cioè quello che tende ad omologare, quasi ad identificare, una persona con la sua produzione professionale. Come se, al di fuori di quella, la persona in questione non potesse avere altri interessi, coltivare altre passioni, approfondire altri argomenti. C’è un gustoso aneddoto che mi piace ricordare a questo proposito: è legato all’incontro avuto, subito dopo le mie prime sceneggiature, con un giovane collega conosciuto in occasione della mia breve esperienza di assistente di Istituzioni di diritto e procedura penale. “Certo,” mi dice “dall’analisi della personalità del reo ai fini della determinazione dell’azione penale ai cazzotti in testa…hai fatto un bel salto mortale!”

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