Processo a Bossetti, primi colpi di scena

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Sono iniziate le deposizioni nel processo di Yara e anche le prime schermaglie tra accusa e difesa.

di Davide Marrè

È iniziato il processo a Bossetti, tra prove schiaccianti che sembrano inchiodarlo, in primis la prova del Dna. Non solo, ma dopo la conferma dell’esame quando i carabinieri andarono ad arrestarlo l’imputato aveva cercato di darsela a gambe levate: «Per arrestare Bossetti subito dopo la conferma dell’esame del Dna, mandammo degli uomini in borghese nel cantiere di Seriate dove stava lavorando e loro si presentarono dicendo che dovevano fare dei controlli sull’eventuale presenza di lavoratori stranieri. Bossetti, come risulta dal filmato che abbiamo realizzato in quegli istanti, si trovava al secondo piano di una palazzina e appena vide avvicinarsi i carabinieri tentò di fuggire….».
Così parlano gli investigatori che fanno rumoreggiare la difesa e anche vacillare l’accusato che si muove nervoso dove è seduto. Se la prova del dna non bastasse hanno anche testimoniato che il furgone dell’uomo fu visto per ben sei volte girare intorno alla palestra.
Ma c’è anche un filmato montato ad hoc dal dipartimento investigativo grazie alle telecamere, quella del distributore davanti alla palestra, della banca sulla via della casa di Yara, di un’azienda dietro la palestra. Quel pomeriggio mostrano gli spostamenti del furgone che percorre il quadrilatero in cui si è consumato l’ultimo atto della vita di Yara. Addirittura un testimone avrebbe confermato che attorno all’ora in cui Yara usciva dalla palestra il furgone avrebbe fatto un inversione a U.
Poi naturalmente ci sono i tracciamenti del cellulare di Bossetti, anche questi compatibili con la posizione dell’uomo nella zona dove si trovava la vittima. E poi mille altri dettagli, le registrazioni in carcere, e le mille bugie dal tumore, fino alla dichiarazione falsa di trovarsi nel cantiere del cognato proprio il giorno della scomparsa della ragazza.
Tutti tasselli da cui sembra prendere forma un mosaico ben preciso che l’accusa non sembra faticare a dimostrare. Ma anche la difesa ha i suoi assi nella manica: l’uomo che aveva incontrato Yara mentre stava uscendo dalla palestra, Fabrizio Francese, ha testimoniato durante la deposizione di averla lasciata alle 18.44. L’ultimo aggancio del cellullare della ragazza a Brembate è stato poi alle 18.55 mentre l’accusa colloca Bossetti alla stazione di servizio alle 18.40. Yara avrebbe dovuto essere caricata pochi minuti dopo (la brusca svolta a U?) e poi uscire da Brembate non prima delle 19.00, per andare e tornare in venti minuti di viaggio, quando invece per arrivare al campo di Chignolo dove è stata uccisa la ragazza ci vogliono 45 minuti. Il campo inoltre era pieno di rovi secondo la testimonianza di chi ha trovato. Insomma secondo la difesa in una sola ora Bossetti avrebbe dovuto immobilizzare Yara a Brembate, andare a Chignolo, portare il corpo in mezzo a quei rovi, mutilarlo in modo osceno, correre e tornare indietro entro le 20.00.
La guerra tra accusa e difesa è appena cominciata!

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