Intervista a Luca Barbarossa

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Chi è di Roma lo sa. Quella città è un po’ come una prostituta: una donna inafferrabile, consapevole della sua bellezza, ma anche delle sue grandi contraddizioni, delle sue ferite, delle macchie e dei peccati. E tu, che capiti tra le sue sottane, cerchi di sottratti alla sua malìa, cerchi di scordarti di lei, di allontanartene. Ma non ci riesci. Perché Roma sa sempre come riconquistarti, sa sempre come riportarti a lei. È proprio di questo amore grande, carnale e indissolubile che i romani (ma non solo loro) provano per la loro città, che Luca Barbarossa ha parlato a Eva. Reduce dal Festival di Sanremo, dove si è classificato settimo con il brano in dialetto Passame er sale che gli è valso la vittoria del Premio Lunezia per il miglior testo, il cantautore romano, attualmente in tour nei teatri, ci ha parlato del suo ultimo album Roma è de tutti e del rapporto così viscerale che ha con la sua città e le sue radici.

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 Nel tuo nuovo album hai scelto la strada del dialetto, come mai?
Perché racconto delle storie molto intime. E il dialetto è la lingua dell’intimità, quella che usi quando scherzi con gli amici, è il suono dei vicoli, delle strade della tua città, del luogo dove sei cresciuto e dove, la maggior parte delle volte, sono cresciuti anche i tuoi genitori e i tuoi nonni. È il suono che hai sempre ascoltato. Ci sono certe cose che si possono dire solo in dialetto, anche le battute: quando le traduci in italiano, poi alla fine rimangono tutti un po’ perplessi. Ecco perché ho scelto il dialetto romano.

Perché parli di dialetto romano e non romanesco?
Come diceva Alberto Sordi, “de romanesco ce stanno solo i carciofi!”. In realtà la lingua romana è un pochino più attuale e più facile. Il romanesco ha una sua nobiltà e una sua storia, lo lascio alle grandi poesie del Belli, ai suoi sonetti. Un tempo era più lingua; oggi il romano è molto vicino all’italiano, si è molto ammorbidito.

Il disco si chiama Roma è de tutti, perché questo titolo?
Perché la bellezza è di tutti. E noi dobbiamo preservarla, fare sì che tutti ne possano godere. A Roma si nasce e si è romani. Ma romani si diventa anche arrivando da fuori. Roma è da secoli una città dell’accoglienza. È abituata a ricevere da sempre, da prima di quanto non si stia abituando il nostro Paese che, a volte, purtroppo, lo fa male. È abituata a vedere di tutto. Da imperatori, a papi, a pellegrini, a visitatori, a turisti o intellettuali, che l’hanno scelta come residenza per raccontare le loro storie o per liberare la loro creatività. Roma è de tutti, è un senso di abbraccio.

Com’è cambiata la Capitale dai primi tempi in cui la cantavi a oggi?
Roma è talmente grande nella sua storia e come patrimonio universale, che le vicende di noi umani di passaggio fanno un po’ sorridere, viste nell’arco di una storia millenaria. A volte fanno pure piangere, come in questo periodo. C’è sempre un rapporto di amore, ma anche di critica da parte di noi romani verso la nostra città. Noi dobbiamo migliorare il nostro atteggiamento, sentire che il bene pubblico è ancora più privato del bene privato. Dobbiamo stare attenti più alle cose che sono di tutti che a quelle che sono solamente nostre. Io sono innamorato di Roma, del nostro Paese, di questo museo a cielo aperto, di questa ricchezza patrimoniale di opere d’arte e paesaggistiche che abbiamo.

In Roma è de tutti, la canzone che dà il titolo all’album, canti con Fiorella Mannoia: un manifesto d’amore per la Capitale?
Il mio non è un disco su Roma, anche se alcune canzoni ne parlano. Roma è de tutti, che canto con Fiorella Mannoia, racconta pregi e difetti della nostra città e del nostro essere romani. Passami er sale, invece, narra una storia d’amore. Non ne fotografa l’inizio, né la fine, come spesso accade, ma racconta la costruzione quotidiana di una relazione che vede i figli nascere, crescere, andare in giro per il mondo. Parla di due persone che, pur essendosi a volte poco comprese, allontanate, ferite, trovano il modo e la volontà di fare la strada insieme. L’attenzione è sulle storie più che su Roma che, comunque, è un grande teatro di vicende umane.

C’è anche Alessandro Mannarino nel disco: con lui canti il brano Madur.
Madur sembra un nome orientale, invece è un acronico che sta per: morte accidentale di un romano. È la storia di un ragazzo di colore che viene massacrato di botte, ucciso da un gruppo di balordi sotto la metropolitana. Dalle indagini, fatte attraverso le telecamere di videosorveglianza, si rintracciano i colpevoli e si scopre che l’unico romano era proprio il ragazzo di colore ucciso. Loro lo avevano insultato dicendogli: “Tornatene al Paese tuo” e lui gli aveva risposto, “Ma veramente io so’ de qua, so’ de Centocelle”. Ecco, questo è il paradosso che sta accadendo nel nostro Paese in questo momento. E Roma è sullo sfondo.

Silvia Santori

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