Pierfrancesco Favino: “Orson Welles è coatto”

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Amatissimo dal pubblico nazionale e internazionale, l’attore romano classe 1969, ha raccontato, ospite d’eccezione del programma “MyStudio”, quale sia stato il suo film americano del cuore, di come abbia influito nella sua vita e come «abbia segnato il nostro modo di pensare». Richiestissimo anche all’estero, Pierfrancesco Favino passa con disinvoltura dal dramma alla commedia, anche se ammette: «Ho sempre pensato che avrei fatto l’attore comico». Esigente con se stesso è capace di percorrere 5 mila chilometri in bici per interpretare Gino Bartali e ingrassare 20 kg per trasformarsi in un rude muratore in “Senza nessuna pietà”. Con “quella faccia un po’ così” e la voce profonda, Favino nasconde una verve unica. E lo dimostra con le tante imitazioni che si diverte a fare fin da piccolo come quella di Tina Pica, che suo nonno adorava.

Quale è il suo film del cuore?

“Quarto Potere” è un film godibilissimo, quei 119 minuti volano. E’ totalmente narrativo. Molto complesso ma allo stesso tempo molto più semplice rispetto a quanto si è pensato che fosse ed estremamente coatto.

In che senso  “Quarto Potere” è “coatto”?

A Roma “coatto” significa uno che ha molta prosopopea e nel caso specifico aveva ragione ad averla. Orson Welles è coatto. Lo ha girato quando aveva 25 anni. Fare senza avere paura un capolavoro del cinema vuol dire che sei “coatto”. Probabilmente ha anche avuto il problema che la prima pellicola è stata il miglior film della sua vita.

Si ricorda la prima volta che lo hai visto? 

In videocassetta a casa e l’ho visto perché non puoi non parlare di “Quarto Potere”.  Facciamo parte di una generazione in cui poter parlare di cinema faceva un po’ fico, andavi a cena e ti chiedevano “hai visto Quattrocento colpi”… eh ovvio! “hai visto Fahrenheit 451?” Eh certo!

Quante volte lo ha visto?

10 o 12 volte, nel senso che a volte ti chiedi “che facciamo stasera? Ma perché non rivederci Quarto Potere?” Da solo naturalmente…perché quando lo propongo a casa c’è il fuggi, fuggi generale. Mi dicono “ma no guarda adesso meglio di no che c’è Peppa Pig”.

Si è mai ispirato a Orson Welles nella sua carriera, per uno spettacolo teatrale, per un film, per un provino?

Credo che esistano eventi artistici come questo film che aggiungono lemmi al vocabolario esistente. Sarebbe presuntuoso dire che mi sono ispirato ma sarebbe altrettanto cieco non sapere che questa posizione della camera da presa, questa frammentazione del racconto, ha fatalmente condizionato la mia crescita come uomo, come spettatore e quindi credo anche come attore.

Qual è il momento della vita, della carriera in cui si smette di avere l’ansia di dover dimostrare quanto si vale?

Facendo l’attore firmi un contratto non scritto in cui dici che avrai sempre bisogno di un’approvazione. Nel momento in cui non richiedi più a te stesso di essere all’altezza di un consenso, ma lasci libero lo spettatore di fare il suo film, di seguire la storia senza che tu possa essere intrusivo delle sue emozioni, allora quello è un passaggio di maturità importante., E l’attore diventa lo strumento di una storia.

Qual è il  tratto caratteriale dell’infanzia che non ha perso?

La curiosità e la positività. In fondo se faccio questo mestiere è perché sono molto attratto dagli esseri umani perché credo che siano delle persone buone e meravigliose. Questo mi è stato insegnata dai miei genitori. E se devo scegliere tra non fidarmi e fidarmi, anche quando sospetto non essere giusto, spontaneamente mi fido, ed è una cosa che avevo fin da bambino e ho ancora dentro.

Come ha fatto nel tempo a mantenere integra sua vita privata?

Credo che l’equilibrio non sia uno soltanto. Non è stato facile fare i conti con un mestiere che mi porta a fare cose diverse. Esiste però un equilibrio nella nostra vita, dato dal fatto che ci sono delle scelte che puoi e devi fare, non è così vero che non puoi rinunciare. Sai che se dici no, c’è altro importante allo stesso modo. Dipende anche su cosa vuoi investire, di sicuro ne vale la pena quando s investe sui propri figli.

Parlando di rinunce, quanto conta nel percorso attoriale e nella carriera dire “no”?

Sicuramente ci sono dei no che si fa bene a dire, nel momento in cui hai la possibilità di poter scegliere. Ci sono, però, dei no che poi alla fine sconti. L’importante è che tu sappia perché stai dicendo quel no e che quella cosa ha un grande valore per te.

Quali sono le sue letture preferite?

Ho riscoperto il “fascino” dei saggi sulla fisica quantistica che leggo di notte cercando di non disturbare con la luce la mia signora. Forse sarà per questo che fatico a capirli.

C’è un ruolo che vorrebbe  interpretare?

Mi sembra limitante dire: “Vorrei fare San Francesco o Che Guevara”. Ci sono tante figure che mi interessano. Quello che mi piace dell’umanità è l’incapacità di essere chiusa all’interno di una sola identità ed è il motivo che mi spinge a cercare, tutte le volte, quanti più uomini potenzialmente può essere un essere umano.

Può raccontarci il suo provino per Cristoforo Colombo in “Una Notte al Museo” con Ben Stiller?

Mando un tape del provino alla produzione e una sera a cena mi chiama un mio amico che, secondo me, fa finta di parlare americano chiedendomi di presentarmi il giorno successivo etc.. e io rispondo: “Si vabbè Fa’, basta e attacco”. Mi richiamano, mi danno l’appuntamento e io sento la mia agente che mi conferma tutto. Mi dice solo: guarda che c’è un truccatore che viene e ho pensato che strano dobbiamo girare a Vancouver e questo viene qui…

E poi?

Mi fanno arrivare in un albergo romano e mi fanno un calco da capo a piedi, della faccia, del busto e tra me e me dicevo sarà il loro modo di lavorare. Dopo di che arrivo lì e come avete visto nel film, tanto che neanche mia madre mi ha riconosciuto, stavo in questo scafandro di statua da Cristoforo Colombo. Per cui il primo passo nel cinema americano è stato:  guardare senza poter essere visto.

Quali sono le principali differenze con la realtà italiana?

Nell’impostazione del lavoro c’è una differenza culturale. E’ un ambiente iper controllato e apparentemente meno creativo con 350/400 persone che lavorano ad un film. Io sono abituato a set con al massimo 70 persone e una creatività e una collaborazione diversa, se vogliamo più esplosiva.

di Paola Medori

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