Roberta Marten è un’artista che grazie alla musica ha saputo raccontare e raccontarsi. Una passione la sua, che parte da lontano quando Roberta ancora bambino, solare e vivace, era inconsapevole di quanto, sarebbe stato complicato crescere. Roberta Marten racconta la sua storia con un’ironia e una leggerezza che fa bene al cuore, con un’attenzione e un rispetto per la vita che mai come in questo momento sembra essere importante. Il suo ultimo lavoro è Imbarazzismo” inciso con Mauro Coruzzi, Platinette. Un brano che mettendo insieme imbarazzo e razzismo, lancia un messaggio universale contro ogni forma d’isolamento o esclusione.

Sei figlia unica, nata da genitori giovanissimi. Che bambino eri?
Ero un bimbetto allegro, chiacchierone e in questo non sono cambiata per niente. Con i miei genitori abitavamo in un condominio ed io dal balcone, salutavo tutti. Sembravo un piccolo manga giapponese che s’incupiva quando i suoi saluti non erano ricambiati. Un periodo sereno, felice del quale ricordo come fossi attirato dai maschi, una preferenza che ovviamente a quell’età, non costituiva un problema. Il barbiere di papà consigliava di tagliarmi i capelli cortissimi, perché avevo lineamenti delicati e avrei potuto essere scambiato per una bambina. Io però amavo mettermi un cerchietto tra i capelli e adoravo le Barbie, che ancora oggi colleziono. Come vedi per certi versi non sono cambiata!

Quando hai capito che in te c’era qualcosa che “non quadrava”?
Ricordo perfettamente quando i miei coetanei cominciarono a diventare grandi. La loro voce cambiava, si ricoprivano di peluria emanando odori acri. Io che già mi sentivo diverso da loro, ero, a quel punto, ancora più confuso. Nessun pelo, nessun odore e la voce che, nonostante mi sforzassi di modulare, non era per niente mascolina. E’ cominciato così, con l’adolescenza, il periodo più difficile per me. Una fase che è già abbastanza complicata per tutti, in cui si fa i conti con un corpo che cambia; figurati per me che non riuscivo a identificarmi né con le ragazze tantomeno con i maschi. Cercavo di non dare nell’occhio, di nascondermi ed ero sempre più solo.

Come hanno vissuto il tuo percorso, i tuoi genitori?
Avevano solo vent’anni quando, quella cicogna probabilmente presa a sassate, mi ha portato a loro. Giovani, inesperti e poi, io sono dell’81, quindi tempi poco inclini a parlare di quello che spaventava ed era incomprensibile. Mamma si confidava con le cugine, le donne di famiglia perché era evidente che ero attratto inconsciamente dai maschi, che adoravo i suoi trucchi e i suoi abiti e che quella passione per le bambole non era del tutto casuale. Il consiglio era di reprimere, di soffocare e non dare troppo peso, nella speranza che i miei strani atteggiamenti scomparissero. Io ho vissuto con loro fino a trentaquattro anni, quindi hanno vissuto con me tutta la transizione. Quando la mamma ha scoperto gli ormoni che prendevo, papà le ha detto “non vedi che le stanno crescendo le tette!?”. In seguito è stato lui che ha spiegato alla famiglia cosa stesse succedendo. Mia mamma ha fatto più fatica ad accettarlo perché inconsciamente, era come se suo figlio non ci fosse più. E’ stata dura per loro, anche perché erano consapevoli di quali difficoltà, avrei dovuto affrontare, ma oggi abbiamo un bellissimo rapporto e non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno, anche quando era difficile capire.

Il vero problema per te non è stato l’omosessualità, ma la disforia di genere. Come ti senti di spiegarla?
La disforia è un malessere che deriva dal non riconoscersi nel genere assegnatoci alla nascita. La sensazione è che la propria anima, la nostra essenza sia finita per sbaglio in un corpo che non ci appartiene. Questa consapevolezza arriva poco a poco, ti fa sentire perso non riuscendo a individuare punti di riferimento. La disforia obbliga a stare come sospeso, per sempre. Io sono stata sola a lungo. Il primo rapporto l’ho avuto a ventiquattro anni. Anche nelle relazioni, nelle amicizie può generare grandi sofferenze. I ragazzini coetanei, alle prime pulsioni, mi cercavano perché in qualche modo ero diverso da loro, ma abbastanza simile da metterli a proprio agio per sperimentare. Io, pur attratto, ne avevo timore e mi chiudevo ancora di più. Solo la consapevolezza e la determinazione di Roberto, che rimarrà sempre il mio migliore amico, ho intrapreso questo “viaggio” alla ricerca del mio corpo. Grazie a lui nel Luglio del 2019 lo Stato Italiano, annullato il mio atto di nascita, ha certificato che il 1 Febbraio 1981 alle ore 8,25 è nata Roberta Virginia Martinazzo.

Qual è il tuo messaggio Roberta?
Mai come in un momento così difficile per tutti noi, è importante avere rispetto di sé come dell’altro. Questa pandemia ci ha messo alla prova, costringendoci a vivere diversamente. Spero davvero che ci renda migliori, capaci di “vedere” non solo di guardare. Cerchiamo di andare oltre le apparenze, di apprezzare le persone per ciò che sono davvero. A te che ti senti “sospeso”, sii te stesso, senza paura: tu lo sai quello che sei. Il tempo è prezioso, la vita è meravigliosa: non sciupala. Chiedi aiuto, non temere, parla. Rimarranno cicatrici, ma non saranno niente a confronto della gioia di poter dispiegare le ali e trovare il tuo volo!

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