Salemme: nella vita poche smancerie.

Comicità divertente ed intelligente, momenti romantici e tanti duetti esilaranti alla Totò e Peppino.. “Se mi lasci non vale” è soprattutto il trionfo dell’amicizia che supera la rivalsa in amore.

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Se mi lasci non vale” cantava un seducente Julio Iglesias, costretto a pagare il prezzo “più caro”: essere lasciato. Al cinema, invece, è il titolo della spassosa commedia diretta da Vincenzo Salemme. L’attore e regista torna al cinema ed è il machiavellico artefice di una tremenda vendetta amorosa da compiere insieme a Paolo Calabresi, buffo complice e altro cuore spezzato, qui per la prima volta co-protagonista. I due uomini si conoscono per caso, dopo essere stati lasciati dalle rispettive compagne, Serena Autieri e Tosca D’Aquino. Solidarizzano e per voltare pagina mettono in atto un piano diabolico: ognuno dei due dovrà far innamorare la ex dell’altro per poi lasciarla e farla tremendamente soffrire. Una commedia che Salemme definisce diversa dai suoi film precedenti.
Come è nata l’idea del film?
“Se mi lasci non vale” è un film che rappresenta per me una novità nella mia personale carriera di regista. Innanzitutto perché la sceneggiatura nasce da un’idea non mia – il soggetto mi è stato proposto da Paolo Genovese e Martino Coli -, e poi perché, per la prima volta, ho cercato di rappresentare la vicenda mantenendo un tono narrativo molto naturale. Le situazioni comiche non sono mai portate all’estremo, sono sempre contenute nei limiti della credibilità, pur facendo ridere”.
Un commedia meno “rumorosa” del solito…
Dipende molto dalla buona scelta del cast e dal fatto che mi sono fatto affiancare da due bravi sceneggiatori. Ho capito una cosa: le idee molto forti vanno meglio al teatro, mentre quelle più semplici sono più adatte al cinema perché in genere più realistiche. Quando poi nel cast gli attori e le attrici sono bravissimi non sei costretto a calcare la mano.
In “Se mi lasci non vale” i due personaggi principali maschili non sono ancora sposati, come mai?
Il film è stato scritto pensando a due uomini più giovani poi, visto che c’ero io e quindi dovevamo alzare l’età, ci è venuto in mente di trasformarli in due scapoloni, i classici maschi che non assumono mai le proprie responsabilità.
Perché spesso molti uomini fanno fatica a “crescere”?
Parliamoci chiaro: uomini e donne appartengono a due mondi diversi. Noi maschi non ne vogliamo sapere delle cose serie.
Ha messo una vena molto romantica nel film, lei lo è?
Grazie ai personaggi interpretati da Paolo e Serena c’è un romanticismo che nasce più dalla tenerezza, dalla goffaggine di Paolo che non da una retorica romantica. Il napoletano ha una cultura malinconica e sentimentale.
La vendetta dopo il tradimento le appartiene e la ritiene giusta?
No, per niente. Non lo farei nella vita. Io sono, anche se non sembra, un po’ orso. Non mi piacciono molto le smancerie. Preferisco la capacità di stare zitti stando insieme. Quando hai bisogno di parlare significa che ti stai giustificando e questo non è buono. Io consiglio a tutti: se parlate perché sentite la necessità di occupare il tempo insieme all’altra persona qualcosa non va, ma se il tempo scorre, nonostante il silenzio, allora tutto quadra.
Il sentimento della vendetta appartiene più alle donne o agli uomini?
Ho raccontato una vendetta spiritosa, sciocca e immatura. Tipica di un maschio che non riesce a compiere una vendetta atroce, come quella di Medea per esempio, che uccide i propri figli pur di punire il marito fedifrago. L’uomo è incapace di compiere questo tipo di vendetta anche se può essere violento. La crudeltà può appartenere alle donne, la violenza agli uomini.

di Paola Medori

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